Petra's page
E’ un po’che non mi cimento in casalinghe recensioni ed appassionati consigli riguardanti musica o letteratura. Questa volta, anziché consigliarvi un libro, sento l’impellente urgenza di sconsigliarvelo. Il romanzo in questione è meno di zero di Bret Easton Ellis. L’ho comprato perchè avevo sentito parlar bene di questo scrittore da più di una persona. Il suo libro più famoso è American Psycho, da cui è stato tratto anche un film…ma, poiché dando un’occhiata ai vari titoli mi sono accorta che le tematiche erano più o meno sempre le stesse, ho preferito approcciare col volume più breve, e riservarmi di leggere eventualmente in futuro tomi più voluminosi, qualora l’incontro con questo scrittore fosse risultato di mio gradimento. Credo invece che io ed Ellis ci incontreremo ancora, ma la motivazione di fondo da parte mia sarà quella di toccare un’altra volta con mano prima di dare un giudizio definitivo. Una seconda chance, insomma (come sono magnanima…Petra Petrova che fa questa concessione a Bret Easton Ellis!). In effetti, se non apprezzo un’opera di uno scrittore rinomato, tendo sempre a leggerne un’altra, per poter avere un quadro più completo dello stile dell’artista. Meno di zero decisamente non mi è piaciuto. Il romanzo tenta di mostrare la superficialità, l’immoralità, la decadenza totale dei giovani cresciuti nell’ambiente miliardario del cinema a Los Angeles, attraverso le vicende del protagonista, Clay. Il fanciullo, diciottenne, è ovviamente figlio di un produttore cinematografico (il quale ovviamente riempie il figlio di soldi, ma ovviamente è affettivamente assente), e madre casalinga di lusso e forse anche un’altra cosa di lusso, poiché il figlio trova ogni volta in cortile la macchina di un uomo diverso, durante le assenze del padre (la macchina, ovviamente, è sempre un porche o giù di lì). Che tripudio di originalità. Clay è matricola all’università nel New Hampshire (dove ovviamente oltre a studiare fa uso di alcol, droghe e partecipa a feste e festini), ed è tornato a casa a Los Angeles per le vacanze di natale, dopo quattro mesi di assenza. Lì ritrova la sua famiglia, con tanto di sorelle che a 14-15 anni pippano cocaina, i suoi amici, che ha 18 hanno già provato ogni sorta di droga nonché di pratiche ed orientamenti sessuali, e la sua fidanzata, che lui aveva semplicemente omesso di chiamare durante quei 4 mesi passati fuori, la quale è ancora convinta che loro stiano insieme (acuta, la bimba). E poi giù feste, festini, strafattume di ogni sorta, sadismo, champagne a fiumi. Ellis vorrebbe però di mostrare il disagio crescente di Clay giorno dopo giorno, davanti allo schifo che gli si presenta…servono allo scopo anche molti flash back semi nostalgici del ragazzo sulla sua infanzia, quando tutto sommato nella sua famiglia c’erano un po’ meno soldi, ma più sentimenti (e sottolineo quell’un po’). Forse ci riesce, ma il risultato non cambia. Lo stile è scarno, essenziale, e fin qui ci si può anche stare. Filone del minimalismo letterario americano. Ma qui il concetto di minimalismo è una scusa per mascherare il nulla. La descrizione della violenza, degli eccessi , qui è quasi fine a se stessa. L’autore fa un tentativo iperrealista che però trascende nell'esagerato quasi ridicolo, annullando i buoni propositi di critica sociale: ad esempio, quando Clay accusa -davanti alla madre che rimane indifferente- le sorelline di rubargli la cocaina, e, una volta rimasti soli (almeno quello…) si sente rispondere dalla sorella minore –tredicenne- “Stronzate. Io me la compero da sola, la mia cocaina.” . E con questo, posso anche avvicinarmi alla conclusione…A mio avviso, Ellis non fa altro che trasporre su carta perversioni e morbosità umane, cosa che, si sa, attirano i lettori. Non che io sia contraria a descrizioni crude o perverse. Ma devono esser serventi alla trama. Qui al contrario è quasi insussistente il filo narrativo, sembra a volte che storia sia creata per supportare le scene di violenza o di inutilità…un po’ come la funzione della trama nei film porno.
Litorale romano. Località balneare alto borghese. Pranzo pasquale al ristorante, per una famiglia della Roma bene. La famiglia per l’occasione è in composizione allargata…coppie con figli, nonni e zii single. Una coppia ha due bambini in età da elementari, un’altra due ragazzi adolescenti o post- adolescenti, un maschio ed una femmina. Tutta la tavolata è ben vestita ma senza eccessi, quel casual-chic naturalmente elegante con cui si rilassa l’alta borghesia quando non è costretta dalla professione o da serate di circostanza ad indossare abiti decisamente più formali. Un look semplice, nessuna indulgenza ad un lusso che sarebbe solo cafone e fuoriluogo , alle ore 13.00 in un tranquillo ristorante fuori città. Tutti sembrano felici, o forse lo sono davvero. O semplicemente sono abituati ad esserlo, in queste occasioni. I bambini di sicuro sono gli unici ad essere veramente contenti, specie quando gli viene permesso di recitare le poesie imparate a memoria in occasione della Santa Pasqua. I fanciulli liceali sono due virgulti. Hanno un bel viso, un bel corpo, atteggiamento sicuro di sè ed hanno già appreso a comportarsi con ipocrisia quanto basta da far finta di essere felici di ritrovarsi lì a quell’ingozzata per quaglie. Lui ha le braccia con bicipiti pompati, che ostenta strizzati dal giromanica di una Lacoste verde, forse di una taglia in meno di quella giusta per lui, portata con colletto alzato sulla nuca. La sorella ha i capelli sciolti, vaporosi, un corpo ben modellato, sottolineato da una maglietta e una gonnellina morbide ma al tempo stesso aderenti. I piedi sono nudi, indossa solo un paio di sandali, anche se non fa propriamente caldissimo. Lei si guarda in giro, a tratti conversa con aria cordiale, tentando di occultare la noia ed il fatto che mangia il meno possibile per evitare di inquartarsi. Il maschio è invece carismaticamente attratto dall’uomo alla sua sinistra, un probabile zio scapolo, rilassato dentro il suo maglione di cachemire e i mocassini timberland vecchio stile. L’uomo passa probabilmente per la persona colta e anche vagamente controcorrente della famiglia. Alternativo, quasi, si potrebbe dire. Il classico esempio del fatto che “la cultura non è solo appannaggio della sinistra, che se ne è infidamente appropriata…anche molta gente di destra sa tutto di musica, arte, letteratura”. Il fascino della cultura indubbiamente colpisce anche l’uomo alla destra del ragazzo -forse il padre- che è anche lui attentissimo a quanto dice il loro mentore. Che dapprima esalta una canzone: “hotel california”..il ragazzo non la conosce, forse anche legittimamente, data la giovane età…sottolineo il forse. L’altro uomo annuisce vagamente, al nome Eagles. Il ragazzo sposta poi con entusiasmo la conversazione in ambito letterario. Inizia a tessere le lodi di Jonathan Coe, del quale ha letto solo la casa del sonno e la banda dei brocchi. Lo trova geniale, i suoi intrecci, i suoi richiami sibillini ed inaspettati…mentre parla si esalta. E’ felice di poter mostrare all’insigne parente che anche lui conosce cose di cultura di nicchia. Dice di voler leggere la famiglia Winshaw, che a quanto gli hanno riferito è il capolavoro dell’autore…Il vate annuisce con aria ascetica, ed inizia a enunciare e recensire tutti gli altri libri di Coe che lui ha letto ed il nipote no. In quel momento, un’altra voce maschile si leva dall’altra parte del tavolo e tenta di inserirsi nella conversazione letteraria, cercando di dare il suo apporto: “a me sapete cos’è che m'è piaciuto molto?!? Vengo a prenderti...mhmm...ehm… ” ... “ti prendo e ti porto via!!!” risponde una voce femminile poco distante. “ecco, sì quello! Proprio tanto!” Ma il nostro trio snobba alla grande la letteratura nostrana. Il guru in particolare preferisce scrittori impegnati: “non so se conoscete uno dei miei autori preferiti, YOSCHUA”. Gli altri due, sconsolati, fanno cenno di no con il capo. Ma il ragazzo, per cercare di guadagnare di nuovo punti agli occhi dello zio si lancia in una congettura: “ummh..YOSCHUA…dal nome sembra ebreo!!!”. Il colto lo corregge: “israeliano”. Il giovane, nonostante la precisazione, è contento di aver indovinato, e poi afferma, sorridendo: “beh, sì, la letteratura non è razzista!”.
Perchè a volte le persone ci deludono. Perché proprio in quel momento ci rendiamo conto che è la nostra fiducia ad esser stata tradita. Perché in quel momento ci accorgiamo che, in qualche modo, confidavamo in quella persona. Che avevamo fatto affidamento su qualcosa, in quella direzione. La radice delle parole è sempre la stessa, ha sempre lo stesso significato…fidarsi. Un concetto così importante da esser ormai inflazionato, sdoganato, assurto purtroppo ad luogo comune altisonante. Ciò nonostante, eterno elemento imprescindibile di ogni solido rapporto umano. E allora ce lo chiediamo. E allora te lo chiedi. Ti chiedi se il motivo alla base di quella delusione può semplicemente riassumersi in una parola, ingenuità. Hai sempre lasciato che fosse l’istinto ad accordare o meno fiducia a chi ti si avvicinava. Perchè l’enorme numero di individui con cui entriamo in relazione nella vita sarebbe ingestibile, se ci servissimo della razionalità. E sarebbe tutto anche meno bello. Ma forse in questi casi ti rendi conto che non farsi anche due conti seguendo la logica è sbagliato. Che è sprovvedutezza credere sempre in qualcuno, solo perché la pelle ci dice di fidarci. O meglio, perchè ce lo ha detto. Eh sì, fattore tempo che passa. Le nostre sensazioni spesso non si accorgono di tanti elementi che possono aver corrotto quello che avevamo intuito. Basta poco affinché le cose cambino, gli equilibri si spostino, gli individui mutino. Un mutamento anche solo impercettibile può stravolgere dei rapporti. In questi casi pensi, con lucidità scevra di ogni romanticismo, che dovresti fare più attenzione. Essere più accorta, sempre. Per evitare delusioni. Perché è sempre in questi momenti, che ti rendi conto che la fiducia è una quantità finita. Una cosa simile alle nostre cellule cerebrali, che col tempo muoiono senza venir sostituite da altre nuove. Gli acidi, i trip, e robe varie, andrebbero evitati proprio perché contribuiscono a distruggere un bel po’ di neuroni. Anche le delusioni delle persone in cui confidiamo hanno più o meno lo stesso effetto…passata la botta, restiamo solo con molta meno fiducia per il futuro.
Scusate ma non capisco perchè mi ha pubblicato il post "complotto di cervelli" con quello spazio vuoto in mezzo...bah, i disservizi di splinder. Comuqnue non manca del testo e potete leggerlo senza problemi.
L’intenzione sarebbe buttar giù un post vagamente comico per descrivere quel che mi è successo nell’ultimo fine settimana…ma se ci penso la voglia di ridere mi passa e con lei se ne va anche l’ironia. Insomma…weekend a Dublino. Volo Rian Air A/R + ostello, il tutto che fa molto giovane e soprattutto fa spender poco. Perché la mia idea era appunto rimediare un viaggio economico per cambiare aria un paio di giorni…in effetti, l’aria l’ho cambiata, ma respirando a peso d’oro. Comunque. Mi ero aggregata al viaggio di alcuni amici perché sembrava rispondere alle mie esigenze. Eravamo quattro in tutto, io e Lorenzo avremmo raggiunto il venerdì gli altri, che erano partiti due giorni prima e sarebbero anche rimasti più a lungo dopo il nostro rientro. Acquistiamo perciò solo noi due il biglietto andata e ritorno, venerdì – domenica, euro 164 + 12 bagaglio. Insomma non proprio low low low cost, ma accettabile. Il weekend procede piacevole, affogato nella birra e fritto insieme ai fish and chips…poco turismo culturale e parecchia vita notturna. Nei brulicanti pubs dublinesi scopriamo che 80 è il numero chiave per il target di donna su cui i miei amici possono lanciarsi, ovvero da cui devono sfuggire…l’interpretazione è libera. Infatti, le donne disponibili all’approccio dei nostri maschietti latini risultano essere nettamente sussumibili sotto due categorie base: quelle sopra gli 80 anni, e quelle sopra gli 80 chili di peso. L’ età e la stazza non costituiscono affatto per loro un impedimento all’ostentazione di un simpatico ed aggressivo look vintage, fatto di completini a pois e carne esposta al pubblico. In particolare, Lorenzo sembra essere il favorito delle giovanidentro…ma è un bravo ragazzo e preferisce non cogliere quelle primizie. Non senza un suo rimpianto per queste occasioni perse, io e lui ci prepariamo per tornare a Roma la domenica mattina. Arriviamo puntuali all’aereoporto, e puntuali facciamo il check in. Ma da qui…la storia decide di prendere un altro corso, del tutto arbitrario, che sposta il nostro fine settimana dall’alveo del weekendpococostosoinunacapitaleeuropeasenzasaperel’inglese, ad un èmeglioserestavoacasaspendevodemenoemedivertivodepiù. O forse non è colpa della Storia...ma di una rarissima ipotesi di sinergia tra due menti superiori. Non si è ancora capito come, ma in quel momento sul monitor leggiamo che l’imbarco per il nostro volo, che sarebbe dovuto decollare alle 12.35, sarebbe iniziato alle 1230. Io attribuisco ciò ad uno dei consueti ritardi Ryan Air. Lorenzo non si preoccupa più di tanto di controllare. Tranquilli del nostro anticipo, perdiamo tempo a comprare sushi per il pranzo, e io mi attardo in fila per una bottiglia d’acqua. Quando arriviamo al gate di partenza, vediamo l’aereo dietro il vetro ma nessuno al banco per l’imbarco. Chiediamo all’hostess di un altro cancello...e lei ci dice molto tranquillamente che l’aereo ormai ha le porte chiuse, e che l’abbiamo perso. Ci guardiamo e la guardiamo sbigottiti e increduli. Ma dopo dieci minuti ce ne facciamo una ragione e come primo tentativo di reazione andiamo a recuperare il bagaglio. Poi cerchiamo di elemosinare al banco del check in un eventuale rimborso…che, ovviamente, non è previsto. Non ci resta che chiedere ai desk delle varie compagnie aeree un volo alternativo…ma tutto,in giornata, costa cifre astronomiche. Decidiamo di tentare on line e ci incolliamo ad una postazione internet dentro l’aereoporto. Ormai è parecchio tempo che giriamo su e giù, sembriamo in balia degli eventi…la situazione si sta facendo surreale, stile “the terminal”…
Per risparmiare e tentare di rientrare comunque di domenica (poiché di voli Ryan Air per Roma c’è ne è solo uno al giorno) cerchiamo ogni sorta di soluzione alternativa. In particolare la nostra attenzione si era appuntata su due ipotesi:
- Opzione n. 1: prendere il treno per Belfast (circa due ore e mezza) e da lì un volo della Easy Jet alle 6.00 del mattino, che ci avrebbe portato a Ciampino per le nove e trenta circa;
- Opzione n. 2 (nonché nostra preferita): prendere un volo Ryan Air per Pisa alle 21.00, che sarebbe arrivato a destinazione a mezzanotte circa. Da lì, sarebbe partito un collegamento via treno: dapprima uno spostamento da Pisa aeroporto a Pisa stazione centrale, e da lì uno splendido interregionale con partenza alle 2.20, ed arrivo a Roma OSTIENSE alle 5.55. Da lì, avremmo aspettato la partenza della prima metropolitana, che ci avrebbe portato a termini, ove saremmo saliti sul primo bus per casa (incidenter, sottolineo che la nostra macchina era parcheggiata nelle vicinanze dell’aereoporto di Ciampino, e saremmo dovuti in qualche modo andare prima o poi a recuperarla).
Ma queste soluzioni, senza prenotarle almeno con un giorno di anticipo, risultavano assai costose…e alla fine abbiamo optato per l’acquisto dello stesso volo perduto, posticipato di un giorno...il Ryan Air per Ciampino delle 12.35. Che l’indomani, ovviamente, è decollato con un’ora di ritardo. Giuro che è vero.