Chi sono

Utente: PetraPetrova
Nome: Chiara Petrucci
Chi sono...mmmh..di certo non sono una donna fatale come la foto lascerebbe supporre...al contrario, sono tranquillissima e alla mano.. adoro ridere e scherzare, il mio unico modo di relazionarmi con gli altri è..spontaneità. Pure troppa a volte. Mi piace stare con gente simpatica, adoro le feste, perchè si mangia si beve si balla, tutto gratis...decisamente meglio che girare per locali...Infatti adoro anche le cene in compagnia, cibo e vino..insomma la vita va goduta credo! Sono una romanticona:credo nei sentimenti, nelle persone, a dispetto dell'età e di quello che vedo in giro credo ancora all'amore...quello bello, sincerità simpatia divertimento, attrazione (te pare facile!).... beh sono un'idealista insomma. Mi piace sentir musica, leggere libri, andare alle mostre, ai concerti..e se una cosa mi piace davvero mi emoziono tantissimo, fino alle lacrime.

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lunedì, 26 febbraio 2007

BUON COMPLEANNO

"Dai, chiudi la porta”

“meglio di no, Vitto, sai che mamma e papà potrebbero rientrare”

“ma no, è presto, stanno ancora lì alla cena con zio”

“ma poi è la mia festa, pare brutto che ci chiudiamo in camera e sparisco”

“uh, quante pare che ti  fai…chiudi ‘sta porta e ce ne facciamo una al volo”

“ok”

Mentre Vittorio rovistava il  rudimentale doppio fondo della vecchia scatola Nike, si era aperta nuovamente la porta. Andrea. L’amico di sempre. Probabilmente adesso era entrato per cercare da fumare. Ma sì, sticazzi, meglio lasciar stare la striscia e ripiegare sull’erba, troppa gente in giro. Uno sguardo rapido d’intesa con la sorella, e dalla scatola estrasse un po’ di marijuana. Mentre rollava la stanza si era riempita di gente. Chi veniva solo a salutarli, chi si fermava a bivaccare sul letto in attesa di un paio di tiri. Fu sempre più contento della scelta prudente che aveva fatto. Tutti amici, ma non si sa mai. La casa quella sera pullulava di bella gioventù . Tutti più o meno a metà del cammino tra i 20 e i 30.  In virtù della riforma universitaria che in pratica aveva reso più lungo il percorso di studi erano ancora tutti studenti, ben lontani dalla laurea di secondo livello che avrebbe completato il ciclo. Destra o sinistra, non  importa. Dalla studentessa radical di architettura, con all star turchesi e collana di cocco equosolidale al collo; a quella fighetta – bella e ricca, smaccatamente e senza camuffamenti pseudoproletari- impantanata a rilento tra gli esami di economia e commercio o giurisprudenza…qui tutte ( e tutti) venivano ed andavano ad ingrossare le file della medio-alta borghesia, quella che conserva da sempre il suo ruolo e la sua posizione attraverso le tentacolari ragnatele di parentele, conoscenze, clientelarismi ed amicizie.

Adriana e Luisa adesso gli stavano gridando nell’orecchio. Una da una parte, una dall’altra. Erano le più carine di tutte le amiche della sorella. E anche le più stronze. Erano dieci anni che gli si strusciavano, senza avergliela mai data. Anche stasera ammiccavano fastidiosamente… Vittorio avrebbe spaccato quel bel musino ad entrambe. La cosa che da sempre desiderava di più, era vederle ingrassate mostruosamente e senza rimedio, a causa di una stupenda disfunzione ormonale, foriera, insieme ai chili di troppo, di tanti bei brufoli. Invece erano sempre uguali, la velocità con cui costantemente si rinnovava il loro guardaroba, era inversamente proporzionale al loro mutamento fisico-estetico. A 25 anni erano belle esattamente come a 15. Nessuna, neppure minuscola, variazione. E anche lui era il solito maschio servile di sempre, quindi anche quella sera si prostrò a loro, sperando di ottenere quello cui, suo malgrado, agognava. Anche se l’esito sarebbe stato sempre lo stesso.  Finita la canna, la stanza si svuotò. In cucina e salotto chiacchiericci tranquilli e a volte qualche tentativo di approccio uomo-donna, mentre tutti riempivano i piatti di cibo con finta svogliatezza, accalcandosi attorno al tavolo da pranzo. Alessandra cercava di destreggiarsi tra tutte le sue conoscenze. Il festeggiato non riesce mai a godersi una festa. Si chiedeva perché ogni anno perseverasse a organizzarla. Beh, alla fine le faceva piacere rivedere i suoi amici. Anche perché di lì a poco sarebbe tornata a Milano, per il biennio specialistico. Eh, in quella città sì, che stanno avanti. La moda, i locali…il lavoro, anche…altro che Roma. Ad ogni modo, le faceva soprattutto piacere rivedere le sue compagne di scuola, con cui i rapporti ormai si erano allentati. Anche se, in effetti, in quel preciso istante stava accusando un po’ il pistolotto che Giulia le aveva attaccato da mezz’ora: con tutto il bene che poteva volerle, si divincolò con la scusa di dover portare in tavola le salsicce con patate. Meno male, la madre le aveva consigliato di fare solo la pasta...il secondo da servire invece, si era ora rivelato provvidenziale. Tra una pietanza e l’altra, la serata proseguì senza grossi scossoni. Fino alla torta. E fino al classico momento in cui rimangono i pochi intimi, che aiutano a risistemare un po’ tutto, raccogliendo i bicchieri sparsi per la casa e dando la canonica quanto inutile passata di scopa sul pavimento della cucina. Poi Alessandra chiuse la porta dietro alle ultime amiche, e andò in camera del fratello, il quale peraltro durante la serata era uscito assai raramente dalla sua stanza. I genitori erano rientrati discretamente un paio d’ore prima e ormai dormivano da un pezzo. Guardarono la scatola delle Nike, si guardarono. Si intesero senza dirsi nient’altro.

postato da: PetraPetrova alle ore 18:46 | link | commenti (2)
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venerdì, 23 febbraio 2007

D'ORA IN POI

In piedi. Dall’alto poteva vedere la testa di lei che si muoveva avanti e indietro. Ritmicamente.  Ma non le vedeva bene il viso. I capelli, sciolti, col movimento le erano andati davanti. E questo lo faceva incazzare. Molto. Detestava quell’idiota. E doveva pure far finta che gli stesse simpatica, per un pompino ogni tanto. Ma ne valeva la pena, con quella faccia da maiala lo arrapava proprio. Doveva spostargli quei maledetti capelli. Un gesto rapido. Meno contatto fisico possibile. Ecco, così andava meglio. Venne quasi subito. Questa volta non restò nemmeno per le due chiacchere di circostanza. Anche se erano necessarie, forse.  Tanto doveva smetterla di vedere quella troia. Andò via dopo un saluto freddo, scendendo di corsa le scale a piedi. Si sentiva soffocare, dentro quel palazzo. Non sapeva nemmeno perché ci tornasse ancora. Ma quella sarebbe stata l’ultima volta. Voleva smettere di sentirsi così inutile. O, almeno, sperava di non aver più bisogno di dovercisi sentire. Per strada, venne inghiottito dal rumore del traffico della periferia. O meglio, di quella che una volta era periferia, perché, nella crescita tentacolare della città, quella zona era ormai diventata centrale. Si avviò a piedi. Le facce per strada tradivano le origini del quartiere. Donne truccate volgarmente, ragazzini ingolfati in giacche a vento da grande magazzino, anziani gravemente invecchiati da una vita senza agi. L’autobus stracolmo avanzava a fatica nell’ingorgo automobilistico. Sì, decisamente meglio l’opzione pedonale. Anche se l’aria era a tratti irrespirabile. Accelerò il passo. Attraversò l’incrocio, tirando dritto. Finalmente, via delle cave di pietralata. Una strada che a tratti sembrava attraversare la campagna. E che lo avrebbe condotto fino a via tiburtina. Da lì, in poco tempo sarebbe arrivato a San Lorenzo. Casa, finalmente. Quanto ci avrebbe messo? Mezz’ora, più o meno. Si sentiva svuotato. Fisicamente, da quell’incontro ravvicinato.  E mentalmente, da quell’incontro di tanto tempo fa, durato  cinque anni. Che era finito, lasciandogli ben poco di ciò che lui era stato. O meglio, apparentemente gli era rimasto tutto: i suoi amici, il suo lavoro, le sue passioni.  Aveva ancora tutto. Ma non ci credeva più. Non credeva più in nulla. Continuava a portare avanti ancora tutte le sue cose, con apparente convinzione e con profondo disfattismo. Aveva anche raggiunto un solido equilibrio, in questo modo.  Mentre percorreva l’ultimo tratto di via tiburtina, illuminata a stento dalla fioca luce dei lampioni,  mandò un rapido sms ad Antonio. Non aveva alcuna intenzione di rincasare, e proseguì verso Porta Maggiore, senza attendere la risposta dell’amico. Era a via prenestina, vicino al pigneto, quando questa arrivò, invitandolo ad una delle solite cene aperte. All’altezza della Snia svoltò a destra nella strada dove abitava Antonio: palazzoni, residenza del ceto medio basso e di tanti studenti. Come sempre una decina di persone, come sempre i suoi amici, come sempre qualche ragazza nuova, come sempre carina e già ubriaca, come sempre il solito vinaccio. Un saluto a tutti, un’occhiata rapida per scegliere un posto, e si sedette accanto ad una tipa niente male. Magari non sembrava miss simpatia, ma lo stacco di coscia era notevole. Era mulatta, aveva dei bei capelli ricci ed un bel viso. Un corpo che prometteva essere perfetto. Ma no,  non sbagliava, non era affatto simpatica. E probabilmente neanche disponibile. Decise di ignorarla tutta la sera. Anche quando uscirono e si incamminarono verso la vicina isola pedonale. Mentre parlava con Antonio guardandosi intorno, poco distante vide Elena. Gran fica. Un gran culo, belle scopate, simpatica. Si erano frequentati poco tempo addietro. Poi, tanto per cambiare, lui aveva allentato la cosa, e lei aveva lasciato andare tranquillamente il tutto così.   “Beh?” Mentre era sovrapensiero, Elena si era avvicinata a salutarlo. Tutto ok, le solite cose, sì, in laboratorio va bene. Al solito, pochi fondi. No, non ho sentito l’ultimo di Tom Waits. Sì, magari, masterizzamelo. No, al momento non ho nessuna. Anch’io tutto ok, lavoro tantissimo, sì, ovviamente in nero, macchè, nemmeno un co.co.pro. mi fanno, questi stronzi. Sì certo, vediamoci, sì, per me va bene anche questo weekend, perché no. A presto allora, ciao, ciao. Guardò l’ora, era l’una passata. Salutò tutti e si incamminò verso casa. Provava una sensazione strana, era di buon umore. Sì, era contento. Una sensazione ovattata, attutita, discreta. Così funzionava, adesso, e così avrebbe funzionato d’ora in poi. Il pianoforte ormai, avrebbe suonato solo con la sordina. E tutto sommato non gli dispiaceva neanche.

postato da: PetraPetrova alle ore 22:49 | link | commenti (4)
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mercoledì, 21 febbraio 2007

ENDURANCE FREEDOM (OVVERO SCENE AGGHIACCIANTI DA FESTA METROPOLITANA)

Ieri sera, mi sono imbucata ad una festa. Festa in maschera, per il martedì grasso. Abbiamo deciso all’ultimo di andare, perché  nemmeno l’invitato conosceva bene i padroni di casa… ma in una sinergia tra single ci facciamo forza, e optiamo per partecipare lo stesso. Io improvviso come sempre una maschera da pippi calzelunghe, e l’amico che mi portava rimedia una tuta da benzinaio api. All’inizio fatichiamo ad integrarci, lì dove si conoscono più o meno tutti, e restiamo in disparte ad osservare le maschere. I must del carnevale ci sono tutti:

-Alex di arancia meccanica 

–la squaw

-il calciatore

–lo scozzese (ovvero maschio con la gonna)

-lun tipo in accappatoio

-il giamaicano

-la figlia dei fiori

-la coniglietta di playboy

-Tony Manero

-Brandon Lee nel Corvo

-vari medici, chirurghi ed infermieri (o farmacisti).

Certo, non mancava gente più fantasiosa. La cui identità ci è diventata nota solo una volta surriscaldatasi la festa. Ovvero quando, ingollati litri di alcol, la situazione si trasforma nel classico “tutti contro tutti”. Ieri sera, alcune maschere sono diventate protagoniste di questo momento. C’era lo spacciatore maghrebino, con la cocaina attaccata al naso e i dollari che uscivano dal turbante. C’era un rapper. C’era una magnifica statua della libertà. Un marine, vestito mimetico da capo a piedi.  E poi lui. Il quarterback. Molti di voi conosceranno questa mitologica figura. Io, personalmente, fatico a distinguere rugby, baseball e football americano…perciò quel tipo con gli spalloni, per me poteva davvero esser chiunque. E lo stesso per una ragazza che si trovava con me in cucina. Quando gli chiediamo cosa fosse esattamente un quarterback, lui ci risponde: “sono il playmaker della squadra!” Ah. Beh. Illuminante. Io e la tipa ci guardiamo perplesse. (La mia curiosità è stata soddisfatta solo stamattina …“Quarterback, da Wikipedia, l’enciclopedia libera: il quarterback è uno dei ruoli principali in una squadra di football americano. Il quarterback è spesso definito anche come "capo dell'attacco", la sua funzione principale è quella di chiamare gli schemi, leggere la difesa avversaria e guidare l'attacco (meglio definito come offense) in end-zone”): Anche perché la situazione stava degenerando. Mentre allungavano le mani più o meno su tutte le fanciulle della festa, gli originaloni sono riusciti anche a scattare, orgogliosi, una bella foto tutti insieme. Felici di immortalare questa rappresentazione del capitalismo…quarterback, rapper, pusher, marine..tutti insieme appassionatamente sotto l’egida della statua della libertà. A questo punto io e l’altra ragazza scappiamo dalla cucina, dove il quarterback ormai imperversava, distribuendo crepes alla nutella, bestemmie e pacche sul culo. Era decisamente ora di tornarsene a casa. Temporeggio, finchè il mio amico non raggiunge accordi con ben due spasimanti. Quando andiamo via, il quarterback giace riverso su una poltrona del salotto, privo di sensi, sconfitto dalla sua stessa intelligenza...

postato da: PetraPetrova alle ore 13:18 | link | commenti
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lunedì, 19 febbraio 2007

PARLIAMONE.

Stavo cenando, con una puntata di E.R. in sottofondo. Ad un certo punto la mia attenzione è catturata da una cosa: in un scena, arriva un medico che appioppa tutti gli altri i vari casi da curare. Ad una dottoressa affidano un caso di verruche anali. Ora. Parliamone. Io le verruche ce le ho avute un po’ dappertutto. Prima, durante e dopo gli anni di nuoto. Ma lì davvero mi mancano. Ma esistono? E, soprattutto, come ti accorgi di averle? Perché le verruche di solito le vedi, ma sono indolori. Al limite quando sono molto radicate, quelle sotto la pianta del piede danno fastidio quando cammini. Ma lì? Come lo scopri? Forse andando al bagno? O con i rapporti sodomitici? Se tra voi lettori di Petra Petrova c’è qualche medico, o parente di medico, per favore mi dia informazioni su questa fastidiosa patologia.

postato da: PetraPetrova alle ore 22:22 | link | commenti (4)
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ASTRONAUTE

Rientro con la busta della spesa. Peraltro pesante. Come sempre incrocio Remo, il presentissimo portiere dello stabile. Sgattaiolo rapidamente fino all’ascensore, e trovo lì davanti una bambina. Silvia. Avrà 9 anni. Mai vista. Remo ci raggiunge al volo, stava appunto cercando Silvia, per accompagnarla a casa. Ci stipiamo tutti e tre nell’ascensore, mentre Remo ci spiega che siamo vicine di casa, e abitiamo allo stesso piano. Appena lui preme il pulsante per partire, Silvia fa una richiesta: “Andiamo sulla luna?” Che piccolo genio. O forse è telepatica. Ma è riuscita ad esprimere perfettamente e semplicemente il mio stato  d’animo. La voglia di cambiare aria, sparire, senza una meta o uno scopo, ma andare, possibilmente, proprio in un altro pianeta (sì, lo so, la luna non è un pianeta, è un satellite…e lo sa anche Silvia). Mi sa che dopo pranzo le citofono e organizziamo insieme ‘sto viaggetto.

postato da: PetraPetrova alle ore 12:32 | link | commenti (2)
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domenica, 18 febbraio 2007

FASE DI STALLO (BLOCCO DELLA SCRITTRICE)

Mi stupisco, costantemente, di quanto per ogni piccolo passo fatto in avanti, per ogni millimetro guadagnato, di colpo, inaspettatamente, il piede sdruccioli e ci si ritrovi indietro più di prima. Il classico passo avanti e dieci indietro. Ma alla fine si dovrebbe comunque giungere alla meta. Anche se io, quale sia quest’approdo non ce l’ho ben chiaro. Forse l’ho perso di vista, o non l’ho mai saputo. Comunque. Al momento arranco un bel po’ per riuscire a stare in piedi. Sono molto vulnerabile e mi accorgo che tendo a chiudermi nei confronti degli altri, perché fatico a gestire qualsiasi rapporto. Sto allontanando un sacco di amici, mio malgrado, ma non riesco, per ora , a comportarmi diversamente. Ogni relazione umana mi scuote. Possono arrivarmi delle critiche, che non sono adesso in grado di incassare o gestire con tranquillità. Mi può esser richiesto aiuto o semplicemente continuità nel rapporto che c’è stato finora, e non riesco a dare neanche questi.  E mi accorgo che mi sto chiudendo anche ai sentimenti e alle emozioni. Le cose scritte ora le avevo già dette un po’ di tempo fa… in questa fase di chiusura al mondo tendo a ripetere sempre gli stessi concetti che al momento mi ottundono…e per evitare di trasformare questo blog in un tragico macigno di pesantezza, credo che proverò  a cimentarmi con la fantasia.  Il racconto dell’altra volta  ("una mattina") ha riscosso buone critiche. Lo sfondo erotico alleggerisce un po’ l’esistenza, magari ne proverò un altro sul genere. Hai visto mai che divento come una giovane scrittrice italiana, di cui evito di fare il nome (diffamazione???), che non è dotata di particolare talento, ma che, come disse un mio amico (una volta che lo interrogavo sul perché del successo di questa), “scrive perché è mignotta”. E qui direi che a volte davvero mi sopravvaluto.

postato da: PetraPetrova alle ore 23:17 | link | commenti (4)
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venerdì, 16 febbraio 2007

UNA MATTINA

Era sveglia già da un po’. Si svegliava sempre prima di lui. Forse perché, la sua presenza la rendeva irrequieta. Anche se adesso la presenza era divenuta costante. Si girò sull’altro fianco. Dava le spalle al suo corpo, fissava la luce che filtrava dalla persiana non del tutto abbassata. Si accorse che lui si stava svegliando…il respiro si era fatto più leggero, e cambiava spesso la sua posizione nel letto. Allora tirò un sospiro più profondo, che spezzasse la regolarità del respiro, per fargli capire che era sveglia. Senza muoversi, tuttavia. Nell’immobilità, un’immobilità che le donne conoscono dalla notte dei tempi, aspettò che il corpo di lui venisse a cercarla.  L’uomo, tra il sonno e la veglia, si mosse pigramente, girandosi verso di lei. Avvicinandosi con  una certa fatica, accostando il corpo al suo, pancia contro schiena. Non la abbracciò. Lei sentì la mano di lui che indugiava un poco sul suo sedere, scivolava rapidamente tra le sue cosce. Lui sentì la morbidezza dei glutei, la pelle liscia delle cosce, i peli dei punti nascosti, gli umori che adesso stavano bagnando la  parte più intima. Istintivamente, affondò la mano in quella cavità umida e calda. Lei assecondava i suoi movimenti. Un calore le cresceva dentro pian piano, ad ogni mossa di quel rituale, che accompagnava tutte le loro mattine. Quella domenica, c’era il sole. Attese che lui avvicinasse il proprio membro,  in mezzo alle sue cosce. Che entrasse dentro di lei. Lui con una mossa decisa, la penetrò velocemente ed iniziò a muoversi. Lentamente ma non troppo, finchè il corpo della donna non lo  seguì, e si mossero insieme in un unico ondeggiare. I loro respiri pesanti ed affannosi si coprivano gli uni con gli altri. Tutto per pochi minuti, finchè lui non si staccò e, con una leggera spinta, mise la donna in posizione prona. Le entrò dentro, possedendola stavolta velocemente, quasi bruscamente. Si fermò, e lei sentì l’orgasmo  di lui che le sporcava la schiena. Lui l’aveva fatto istintivamente. Anche se ora non serviva più. O forse l’aveva  fatto apposta. Per illudersi che fosse ancora necessario. E invece, fra un po’ di mesi sarebbero stati in tre. Con questo pensiero nella testa, entrambi si sdraiarono di nuovo. Supini. Senza toccarsi o cercarsi per un po’. Lui percepiva l’astio che lei provava. Lei avvertiva il senso di inadeguatezza dell’uomo. Soltanto più tardi lui la abbracciò. E lei si lasciò abbracciare. Non si dissero nulla, restando così, l’uno dietro l’altra, in silenzio. Finchè lei non iniziò a strusciare leggermente il bacino contro quello dell’uomo. E lui allungò nuovamente la sua mano in mezzo a quelle gambe. Nell’unico modo che era rimasto loro  per comunicare.

postato da: PetraPetrova alle ore 23:23 | link | commenti (3)
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martedì, 13 febbraio 2007

ANIMA SALVA

Ho un disco dal vivo di Fabrizio De Andrè, in cui lui presenta l’album anime salve, spiegando che il titolo significa, etimologicamente, “spiriti solitari”. In quell’occasione, ha fatto una sorta di elogio della solitudine. Di quanto sia importante star soli, per fare i conti con noi stessi ma non solo, ancor più per  poter capire e relazionarci con tutto ciò che è intorno a noi, con l’esistenza, insomma.  E quindi anche per entrare davvero in contatto con gli altri. E se lo ha detto De Andrè…Credevo che questa solitudine fosse una mia scelta solo negli ultimi tempi. Tempi in cui ho scientemente smesso di ricercare compagnia o affetto a tutti i costi, e ho deciso di provvedervi autarchicamente. Ma ho capito che in realtà non è così. Che forse anche prima avevo sempre fatto una scelta in tal senso, seppure inconscia. Quando sei giovane hai un disperato bisogno degli altri. Ti identifichi con gli altri. Il fatto di non esser integrato con la maggioranza dei coetanei che ti circondano, lo vivi malissimo, come una privazione forzata, una ghettizzazione, un ostracismo perpetrato dagli altri ai tuoi danni. Dagli altri che non ti vogliono. Non ti vogliono i compagni di classe, non esisti per il ragazzo che ti piace, non ti accetta la comitiva del mare (probabilmente chi all’epoca era l’anima della classe, o il ragazzetto adolescente senza particolari problemi o sensibilità, o chi si divertiva ogni sera ai falò sulla spiaggia, non riesce nemmeno a rendersi conto che cose per lui -o lei-normalissime, per altri fossero addirittura agognate). Ti senti solo per scelta degli altri. Ma in realtà, anche se ci sei arrivata a trent’anni, hai capito che la scelta è sempre stata tua. Perché, in realtà, non c’entravi niente con le compagne di classe che parlavano solo di diete e Naomi Campbell. Ma neanche con quelli che avevano il poster di Robert Smith a grandezza naturale in camera (anche se ascoltavi questi con maggior piacere, perché erano decisamente più stimolanti). Eri ancora troppo nel tuo mondo, per il ragazzetto di turno, e probabilmente non valeva la pena uscirne per lui. E i ragazzini viziati del mare, con i genitori chirurghi plastici, colf fissa a casa, che usavamo il motorino anche per andare in spiaggia, a 100 metri da casa, vestiti firmati anche lì…con  te che ancora oggi in vacanza giri in bicicletta e ciabatte…insomma, come diceva Guzzanti all’extraterrestre : ”ma io e te, che cazzo se dovemo dì???”. Solitudine dunque, perché eri diversa (per fortuna, oserei aggiungere). E questa diversità, volevi tenertela. Se ti fosse interessato veramente, saresti di certo senza problemi riuscita a cambiarti, ad omologarti o assimilarti agli altri, in qualche modo. Se non l’hai fatto è stato perché le tue peculiarità ti piacevano. E poi, crescendo? Nel percorso sociale che ho fatto, la scelta di mantenere la mia identità – originale, anche, a volte, questo forse sì- l’ho mantenuta, anche se in forme diverse. Magari tramite la selettività. O non accettando compromessi (questa frase fatta in realtà comprende ipotesi molto più vaste di quelle cui fa pensare di primo acchitto). Adesso, quando mi guardo, sono soddisfatta di essere quella che sono. Di aver tenuto duro. Anche se a volte spavento. Se sono disarmante.  E se, a volte, faccio paura anche a me stessa.

postato da: PetraPetrova alle ore 18:00 | link | commenti (3)
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lunedì, 12 febbraio 2007

SICK OF ME...

Mi è stato chiesto cosa significasse il titolo del post del 9 febbraio, “sick of”. Il mio inglese non è il massimo, comunque sick of significa “stanco di, stufo di”, più o meno... in realtà la locuzione l’ho rubata da una canzone di Ani Di Franco, "sick of me", anche se il contesto in cui la usa lei è differente dal mio. Nella canzone, lei viene lasciata dalla prima persona che contava davvero nella sua vita. Anni fa, credo fosse il 2000, l’ho sentita in concerto al palacisalfa…lei è davvero brava. E ricordo che chiuse il bis proprio con questa canzone, facendo un gioco di parole sul fatto che a fine serata ormai eravamo stanchi di lei…o almeno, questa è stata l’interpretazione dell’amico con cui ero andata.

SICK OF ME

(album: reckoning/revelling)

how sick of me
must you be
by now
while you're standing just outside
of what your pride will allow
always reaching into yourself
to find a new way to understand me
when i'm sure that there's no one else
in the world
who could withstand me
 
the first person in your life
to ever really matter
is saying the last thing
that you want to hear
and you are listening hard
through the splintering shards
of your life as it shatters
and you're standing firm
and you're staying close
and you're seeing clear
 
i took to the stage
with my outrage
in the bad old days
when you were the make-me-mad guy
but the songs
they come out more slowly
now that i am the bad guy
and i say, i'm sorry i'm so crazy
I am astounded by your patience
and you say, believe it or not, baby
the joy you bring me
still outweighs it
 
the first person in your life
to ever really matter
is saying the last thing
that you want to hear
and you are listening hard
through the splintering shards
of your life as it shatters
 
and you're standing firm
and you're staying close
and you're seeing clear
 
how sick of me
must you be
by now?
postato da: PetraPetrova alle ore 09:36 | link | commenti
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domenica, 11 febbraio 2007

MORA, ASCOLTA...

Mentre rassetto la cucina  sento nelle orecchie la voce di Melissa. “Mora, ascolta…” dice sempre così, quando cerca di calmarmi o consigliarmi, o semplicemente di farsi dare retta, mentre io sono lì davanti,ma partita con la capoccia per chissà dove. Intrippata in una sega mentale, o persa in qualche pensiero. O semplicemente distratta. Sono cinque anni che mi chiama mora. Dalla vacanza all’argentario nel 2002. Qualche giorno in campeggio, alla scoperta del circolo arci “i pescatori” (anzi, pescatòri: ricordate la canzone dei latte e i suoi derivati?). All’epoca era appena finita l’unica storia importante della mia vita. E, come primo atterraggio nel nuovo mondo, mi ero invaghita di un tipo, amico di amici a Fregene. Senza entrare nei dettagli, a questo piacevano le bionde. Mentre raccontavo la cosa a Melissa, cercavo di convincerla che io in realtà sono solo castana, ho la pelle chiara, etc etc. E lei: “ beh, io non te lo vorrei dire, ma te Petra sei proprio il prototipo della mora…” e da lì, io per lei sono la mora. In questo momento, vorrei tanto che ci fosse una Melissa da ascoltare. Per non sentire le voci confuse e contrastanti che vengono dalla mia capoccia. Avere qualcuno che mi dice: “tranquilla mora,  fai così, oppure così, o non fare nulla…tutto andrà bene…tutto si aggiusterà , inizierà o finirà ..nel migliore dei modi…senza che te ci pensi…”

postato da: PetraPetrova alle ore 23:24 | link | commenti (3)
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